Le squadre sono state suddivise in quattro macrogruppi in base alla prestazione offerta in questo Giro d’Italia, sempre commisurata al livello e alle aspettative della vigilia. In quest’articolo vengono giudicate soltanto le squadre ritenute super top.
📈 Super Top:
Team Visma | Lease a Bike: l’obiettivo era chiaro e la squadra è stata costruita esattamente per raggiungerlo. È difficile persino trovare una nota dolente all’interno del roster, eccezion fatta per la sfortuna che ha colpito Kelderman. Ognuno svolge il proprio compito alla perfezione: dal primo gregario, Tim Rex, fino all’ultimo uomo della rotazione, Piganzoli. Se il primo è stato il prototipo del gregario perfetto, capace di tirare per tantissimi chilometri dalla pianura alle salite, per l’italiano è persino difficile utilizzare questa definizione. Piganzoli è stato infatti sia uomo di supporto sia corridore da classifica generale, in un duplice ruolo che gli ha permesso di conquistare l’ottavo posto finale e il secondo posto nella classifica giovani, graduatoria che, col senno di poi, avrebbe anche potuto vincere se il suo team avesse gestito diversamente la tappa di Potenza. Di Vingegaard, cresciuto progressivamente nel corso della corsa, si può soltanto dire che sia stato il padrone assoluto del Giro: oltre cinque vittorie di tappa e maglia rosa finale. Come se non bastasse, la squadra si concede persino il lusso di lasciare campo libero per un giorno a Kuss, che si dimostra cinico e impeccabile e conquista a sua volta una vittoria di tappa. Hanno ottenuto quasi tutto ciò che era possibile ottenere, senza commettere errori tattici. Prima hanno costruito il nido perfetto, poi lo hanno consolidato giorno dopo giorno fino a trasformarlo in un dominio totale. Un Giro eseguito con precisione quasi chirurgica. VOTO 10 E LODE
Soudal Quick-Step: vincono in Italia e dominano in Bulgaria con due successi. Già queste affermazioni sarebbero bastate per rendere il loro Giro più che sufficiente, soprattutto considerando che l’anno scorso avevano concluso la corsa senza alcuna vittoria. Hanno trovato il velocista del presente e del futuro in Magnier, che porta a casa anche la maglia ciclamino. Un traguardo che sembrava quasi acquisito dopo la prima settimana, salvo poi tornare fortemente in discussione, ma che alla fine riescono comunque a conquistare. C’è anche una componente di sfortuna nel bilancio della squadra, rappresentata dalla caduta di Zana, che priva la formazione belga dell’uomo più adatto ad andare a caccia di tappe nella terza settimana. Stuyven, dal canto suo, si conferma uno dei migliori uomini da treno in circolazione; Milan ne ha probabilmente avvertito l’assenza. L’unica vera sbavatura arriva nell’ultima tappa e proprio questa impedisce di assegnare il voto massimo. La sensazione è che la squadra sia tornata alla propria natura originaria, recuperando quell’identità che sembrava essersi smarrita negli ultimi anni. Hanno smesso di essere uno strano ibrido e sono tornati a fare ciò che storicamente hanno sempre saputo fare meglio. Da qui si può soltanto ripartire verso un futuro che appare nuovamente luminoso e non più avvolto da dubbi e incertezze. Il tentativo di cambiare poteva anche essere comprensibile, perché il nuovo esercita sempre un fascino particolare. In questo caso, però, non era una strada realmente adatta alle caratteristiche della squadra. VOTO 9,5
UAE Team Emirates – XRG: se dopo i primi due giorni il loro Giro sembrava compromesso, la realtà si è rivelata molto diversa. Persi i due capitani designati per la classifica generale e il miglior gregario per la montagna, la squadra è stata capace di reinventarsi completamente, trasformandosi nella dominatrice assoluta del versante fughe grazie soprattutto a uno straordinario Narváez. L’ecuadoriano è il simbolo della rinascita del team con tre vittorie di tappa, ma non è l’unico protagonista: arriva infatti anche il successo di Arrieta. Le note dolenti sono sostanzialmente due. La prima riguarda Christen che, partito in maniera brillante e scintillante, ha progressivamente perso smalto fino a trasformarsi in un corridore animato dalla consueta voglia di fare e strafare, ma ormai privo delle energie necessarie per concretizzare. La seconda riguarda Morgado che, dopo la caduta della seconda tappa, non è più riuscito a lasciare il segno, mettendosi completamente al servizio della squadra. La loro grande qualità è stata quella di rifondare il progetto in corsa, cambiando radicalmente strategia e filosofia nel giro di pochi giorni. Hanno potuto farlo perché disponevano degli uomini adatti per reinventarsi. Sfiorano persino la conquista della maglia ciclamino, ma Narváez, come era prevedibile, nella terza settimana non riesce più a mantenere la brillantezza dei primi quindici giorni, concludendo inoltre anzitempo il proprio Giro a causa del ritiro. In ogni caso, la profondità della rosa UAE è impressionante: con corridori di questo livello quasi tutto diventa possibile. Forse non potranno mai trasformarsi in una squadra da volate pure, ma per il resto ogni scenario sembra essere alla loro portata, quasi tutto può diventare essere in atto. VOTO 9,5.
Bahrain – Victorious: se la Bulgaria aveva rappresentato un momento opaco, l’Italia ha segnato fin da subito una rinascita, seppur accompagnata da qualche inevitabile rimpianto. Emblematica, in questo senso, la tappa che sembrava destinata a essere vinta da Eulalio e che invece gli permette soltanto di indossare la maglia rosa. Da quel momento il portoghese diventa il centro del progetto tecnico della squadra. Tutto il team lavora per difendere il simbolo del primato il più a lungo possibile e per inseguire la maglia bianca. I compagni si sacrificano completamente per lui, consentendogli di mantenere la rosa per ben nove giorni e di chiudere sesto nella classifica generale, risultato impreziosito dalla conquista della classifica giovani. Pur essendo tutti votati alla causa del capitano, c’è spazio anche per le soddisfazioni personali. Segaert conquista la tappa di Novi Ligure con una perfetta azione da finisseur. Non finisce qui, perché nella terza settimana arrivano anche due podi di tappa, ottenuti rispettivamente da Caruso e Zambanini. Il loro Giro è stato l’elogio dell’improvvisazione intelligente, una qualità spesso sottovalutata ma fondamentale nello sport come nella vita. Si parte con una strategia, ma bisogna essere capaci di modificarla quando le circostanze lo richiedono. La menzione finale è però tutta per Damiano Caruso. Corridore quasi eterno, apparentemente inscalfibile, conclude la sua avventura nei grandi Giri con un nono posto finale che rappresenta l’ennesima dimostrazione della sua longevità agonistica. Come i migliori formaggi, è diventato più prezioso con il passare degli anni. Sicuramente mancherà. VOTO 9.
XDS Astana Team: sono la vera sorpresa di questo Giro. Conquistano tre tappe con tre corridori diversi e riescono persino a vestire la maglia rosa per alcuni giorni. Ogni vittoria ha avuto una storia differente: dalla volata ristretta del sorprendente Silva, alla conclusione quasi surreale di Ballerini, fino alla dimostrazione di intelligenza tattica offerta da Bettiol. Se in primo piano si vede il verde rigoglioso dei risultati ottenuti, sullo sfondo rimangono comunque alcune ombre, piccole ma presenti. Ballerini, pochi giorni dopo il successo, cade ed è costretto al ritiro. Scaroni, dopo essere stato protagonista sia in classifica generale sia nelle fughe, deve a sua volta abbandonare la corsa a causa di un malanno. Rimane inoltre molto discutibile la tappa nella quale Scaroni cade e Ulissi sembra fare quasi tutto il possibile per impedirne il rientro. Se il loro Giro è stato un’opera d’arte, resta ai margini un piccolo difetto, quasi invisibile da lontano ma comunque presente. Un dettaglio che impedisce di parlare di perfezione assoluta, senza però intaccare il valore complessivo della prestazione. VOTO 9
Uno-X Mobility: alla vigilia molti sostenevano che avessero portato una sorta di squadra B. In parte era anche vero. Nonostante ciò, al loro primo Giro d’Italia della storia riescono a essere tra le formazioni più brillanti dell’intera corsa. Nessun corridore passa inosservato. Corrono per obiettivi parziali e raccolgono risultati ovunque. Quasi tutti riescono almeno una volta a entrare nella top 10, compresi alcuni dei corridori poi costretti al ritiro: Tjøtta chiude terzo a Fermo, Blikra sesto a Sofia. Il grande protagonista è però Leknessund, anche se nel ruolo meno piacevole: quello dell’uomo che arriva sempre vicino al traguardo senza riuscire a toccarlo davvero. In tre occasioni sfiora il successo, chiudendo ogni volta al secondo posto. Il motore è indiscutibilmente di altissimo livello; forse è mancata un po’ di lucidità tattica, ma probabilmente anche quella dose di fortuna che in questo Giro non gli ha sorriso. Se Leknessund rappresenta l’eroe sconfitto, Dversnes Lavik è invece l’eroe vittorioso, capace di sorprendere tutti con un successo inatteso. La sua vittoria incarna perfettamente l’identità della squadra: una formazione spesso sottovalutata, non sempre considerata tra le protagoniste, ma che continua a crescere seguendo una filosofia diversa rispetto a molte concorrenti. L’idea alla base del progetto sta producendo risultati sempre più concreti. Ora che sono diventati una realtà consolidata del World Tour, i margini di crescita restano ampi. E la sensazione è che il loro percorso sia soltanto all’inizio. VOTO 8,5
Articolo scritto da Cristian Bortoli
