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LO SPECCHIO DELLA CORSA: LA FUGA DEGLI ANNI DIECI, DAGLI ANNI DIECI

Tour de France 15/07/2026
LO SPECCHIO DELLA CORSA: LA FUGA DEGLI ANNI DIECI, DAGLI ANNI DIECI

 

Come da pronostico, la copertina giornaliera è stata la volata finale, con il successo del gigante Wærenskjold, l’uomo veloce di un team pienamente contemporaneo. In contrasto con la modernità rappresentata dal corridore e dalla compagine norvegese, l’analisi si concentrerà sull’anacronismo incarnato da due dei protagonisti della fuga odierna.

Ci si sarebbe aspettato, nella prima parte di tappa, una fuga di ciclisti giovani o di squadre Professional, magari anche con il rischio di un solo corridore, come spesso già accaduto. Sarebbe stato consueto immaginare in avanscoperta il solo Le Berre, ma il ciclismo non segue mai un disegno uniforme, poiché ogni tappa rivela una deviazione dal cammino consueto. Oggi, a sorpresa, oltre al francese della TotalEnergies sono andati in fuga non solo Charmig, che poteva essere prevedibile, ma anche Nelson Oliveira e Julian Alaphilippe, due volti diversi di un ciclismo ormai tramontato, che con questa azione riportano alla mente la nostalgia di un lustro, o forse di quasi un decennio fa. Se Nelson Oliveira è stato un più che discreto corridore, capace di vincere una tappa alla Vuelta e di ottenere numerosi piazzamenti ai Mondiali a cronometro, oltre a indossare la nobilissima, seppur oggi decaduta, maglia della Movistar, Alaphilippe rappresenta invece il fuoriclasse che, con il passare del tempo, perde progressivamente il proprio vigore: da luce accecante a una fiamma più fioca. L'evento odierno avvolge i ricordi e porta con sé la nostalgia di chi si è appassionato al ciclismo quando la Movistar e Alaphilippe erano tra i protagonisti assoluti. È una sensazione che collega il passato, con il desiderio di ritornare a quella casa che non è soltanto un luogo, ma anche un tempo, con il futuro, con il desiderio di vivere momenti nuovi che lascino una diversa traccia sulla strada della propria esperienza. In mezzo rimane il presente, nel quale coloro che hanno lasciato un segno nel passato cercano in ogni modo di non diventare anonimi; lo fanno anche attraverso tentativi disperati, provando persino dove sembrerebbe impossibile riuscire. Se si tornasse indietro di quindici anni e si chiedesse al ragazzino che si stava appassionando al ciclismo: «fra quindici anni la Movistar andrà in fuga in una tappa completamente piatta?» Probabilmente avrebbe risposto che era più facile immaginare la scomparsa della squadra. Un team che allora lottava per la classifica generale e correva spesso in maniera attendista si ritrova oggi a interpretare la corsa come una squadra invitata al Tour. In questo si coglie l'evidenza di come il mondo corra, non attenda, si evolva, bisogna sempre farsi trovare pronti, altrimenti si rischia di dover rincorrere un treno ad alta velocità con una bicicletta. A una domanda analoga su Alaphilippe avrebbe risposto che un campione del suo calibro non avrebbe mai sprecato energie in questo modo, che un talento simile si sarebbe ritirato prima di arrivare a questo punto. Eppure, forse, per Julian Alaphilippe il ciclismo è una passione così forte da continuare ad ardere per la vittoria, o almeno per il tentativo di conquistarla. Considerato che nelle tappe a lui più adatte non è riuscito neppure a entrare in fuga, l'unica speranza rimasta era proprio quella del tentativo meno razionale, quello meno pronosticabile, che finisce così per diventare l'unica soluzione. In una situazione simile, per quanto le probabilità siano minime, campioni dal carattere come quello del francese ci provano sempre, finché sanno di non sapere come andrà a finire, cioè finché conservano la speranza di poter ottenere ancora qualcosa. È uno strano equilibrio tra consapevolezza e speranza, in cui il sapere di non sapere non soffoca il futuro, ma lo lascia aperto e quindi ancora possibile. Alaphilippe sa bene di non essere più il corridore che sfiorava la vittoria del Tour de France o dominava le tappe vallonate; allo stesso tempo, però, sa che nel ciclismo esiste sempre l'evento impronosticabile. È proprio questa possibilità, per quanto remota, a giustificare il tentativo in giornate come quella di oggi. Quando però il fuoco che lo tiene vivo si spegnerà, anche questa piccola possibilità svanirà. Per questo quel desiderio ardente continua a essere la condizione necessaria per correre. Uno scritto di nostalgia, accresciuta nel vedere come anche Alaphilippe si sia staccato su un semplice GPM di quarta categoria, ma allo stesso tempo uno scritto rivolto al futuro e all'idea che il confine tra l'improbabile e l'impossibile esista soltanto finché qualcuno continua a metterlo alla prova. Con la consapevolezza che, tramontata un'epoca, vi è sempre la speranza che ne sorga un'altra, con pregi e difetti diversi, capace di portare con sé quella novità che costituisce la linfa vitale, per quanto continuiamo inevitabilmente a cercare analogie con ciò che abbiamo amato.

Articolo scritto da Cristian Bortoli 

Photo realizzata con IA