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TOP E FLOP DELLA PRIMA SETTIMANA DELLA VUELTA ESPANA

Vuelta a España 31/08/2026
TOP E FLOP DELLA PRIMA SETTIMANA DELLA VUELTA ESPANA

 

Si è conclusa la prima settimana della Vuelta a España, tra vecchie consuetudini e momenti sorprendenti. Come di norma, l’analisi è suddivisa fra cinque top e cinque flop.

📈 Top

Enric Mas: cosa dire? È la sorpresa, ma neanche tanto, alla Vuelta. Per quanto riguarda il lato sorprendente, si può menzionare come lo spagnolo non vincesse dal Giro dell’Emilia 2022 e non vincesse una tappa alla Vuelta dal 2018. Ma per quanto riguarda la conferma basta menzionare come abbia già ottenuto quattro podi in classifica generale alla Vuelta. Per trovare un paragone, solo Miguel María Lasa e José Pérez Francés erano riusciti a centrare questa quantità di podi senza mai vincere la Vuelta. Quest’anno sembrava sulla strada per il quinto podio senza vittoria, ma ora, dopo il ritiro forzato di Pogačar, ha il destino in mano: è il più forte in salita e ha il compito di ottenere quella agognata vittoria che sembrava ormai irrealizzabile. Ora può sperare, ma sicuramente ha tutto il peso sulle spalle, considerando anche che gli spagnoli non vincono la Vuelta dal 2014, in una corsa che spesso, per storia, è sempre stata caratterizzata dai padroni di casa. Su Mas ora pesa il fardello, la responsabilità di essere lui il leader. Il primo giorno da leader, però, è stato abbastanza sorprendente, poiché ha corso da padrone. Al momento, ancora prima di lui, si vedono all’orizzonte due difficoltà: una squadra non pensata per gestire la corsa e una maglia rossa che era inaspettata e, soprattutto, una prova a cronometro di 32 km, una distanza nella quale può perdere da Roglič un margine che va da un minuto a due minuti e trenta. In agguato, quindi, si vedono due rivali: un’imboscata magari da parte del team più forte, ossia la Decathlon, e dall’altra parte l’esperto campione della Vuelta, Roglič, che conosce la corsa spagnola come le sue tasche e che punta al record di vittorie. E solo dopo vengono le sue probabili difficoltà: si trova a 31 anni in una situazione mai provata prima e ormai quasi utopica, quella di essere il più forte. Per una volta l’utopia si sta realizzando, ma per renderla definitivamente concreta, per darle luogo, servono ancora due lunghe settimane. Il suo compito sarà quello di attuarla. VOTO: 10.

Matthew Brennan: la sua prima settimana in un grande giro rasenta la perfezione. Conquista quasi tutte le tappe che poteva vincere e si mostra un dominatore delle volate di un percorso come quello spagnolo. Vince due tappe su tre; nella terza decide di non prendersi troppi rischi dopo tutto quello che è successo, scelta anche saggia. È difficile anche cercare una definizione delle sue qualità: non è solo un velocista, è molto di più. Ha soli 21 anni, da poco compiuti, ed è difficile poter trovare un limite al suo talento. L’unica certezza è che non potrà mai vincere un grande giro, ma per il resto davvero si può spingere in ogni orizzonte possibile. Nella tappa di Andorra si mette a tirare anche in salita per cercare di aiutare i suoi compagni, ma quasi stacca tutti gli scalatori presenti in fuga. Può essere l’ennesimo fenomeno nell’universo ormai costellato già di tanti fenomeni, ma bisogna vedere dove si collocherà rispetto al sole e quanto sarà grande come pianeta. Al momento è ancora lontano, ma la sua orbita si può avvicinare velocemente. VOTO: 10.

Tadej Pogačar: vince tre tappe, aveva ormai già vinto la Vuelta, tutto era già confezionato, anche con le stesse parole consuete: salvo imprevisti, indosserà la rossa dal primo all’ultimo giorno, ha già vinto e tutto il resto. Lui è il sole dell’universo ciclistico, l’Amon-Ra: se ci si avvicina, di norma si rimane bruciati, si diventa Icaro, chiunque ci provi salta di norma. C’è solo un momento in cui sembra umano, in cui rappresenta al meglio il Dio mortale, il Leviatano che ho spesso associato a lui, e in tale istante Mas riesce a recuperarlo in salita: una situazione altamente sorprendente, qualcosa di inaudito, un vero evento. Con lo sloveno l’evento non è lui che vince o stacca gli avversari, o lui che batte i vari record, bensì lui che non riesce ad arrivare da solo in una tappa a lui adatta. Questo è il suo orizzonte: nell’universo che ha creato, le sue vittorie ormai sono date per certe, sono lapalissiane. Il suo partire a 50 km dal traguardo non è più qualcosa che sorprende, bensì ciò che quasi entusiasma è vedere le piccole fragilità in mezzo a quello che può essere definito il più forte ciclista del millennio e che sta mettendo in crisi lo strapotere di Merckx nel gotha assoluto. In cima si sta formando una diarchia, si sta per formare un diteismo, con due vere divinità ciclistiche. Si sta per formare, ma al momento è rimandato ai posteri. La caduta nell’ottava tappa arriva così bruscamente da lasciare una strana sensazione. È solo la seconda volta che si infortuna seriamente; anche quella di cadere poco e sapere cadere bene è una sua abilità. Ma per una volta diventa come gli altri campionissimi: è costretto al ritiro in un grande giro. Paride che colpisce il tallone dell’invincibile. Ultimi tre giorni umani, dopo anni di transumanità. VOTO: IL DIVINO MORTALE.

Andreas Leknessund: il norvegese, dopo aver ottenuto ben quattro secondi posti al Giro, tre dei quali quest’anno, riesce finalmente a ottenere una vittoria in un grande giro proprio nella giornata in cui il re di Norvegia è morto. Non sbaglia nulla tatticamente insieme alla sua squadra: gestiscono la fuga in superiorità numerica e vanno così forte con i compagni di fuga che in cinque riescono a non perdere nulla dalla controfuga di 20 ciclisti. La compagine norvegese è così perfetta tatticamente che completa la giornata con uno-due degno dello sci di fondo o del biathlon norvegese. Sembra quasi la classica giornata sulla collina di Holmenkollen, dove spesso il re andava a vedere i domini dei norvegesi sulle nevi di casa. In questo caso, però, siamo al caldo spagnolo, dove, sebbene siamo a una diversa latitudine e con un diverso clima, il risultato per un giorno non cambia. Dopo anni difficili, il norvegese, tornato a casa da due anni, sembra essere ritornato alla sua migliore versione. È iconico il suo spingere rapporti durissimi: a volte forse sono stati anche causa dei suoi secondi posti, ma non oggi. Alla vista causa mal di gambe, ma oggi è efficacissimo: un meccanismo duro, poco malleabile, ma che, se parte, continua a girare fino alla fine. VOTO: 8,5.

Bryan Coquard: per il velocista francese, quando sembrava ormai troppo tardi per realizzare il suo sogno, dopo aver ottenuto in carriera cinque podi di tappa al Tour e un secondo posto alla Vuelta, riesce a coronare quello che desiderava, poiché finalmente riesce a vincere una tappa nei grandi giri. Se le prime due volate erano state negative, in una giornata stranissima e negativa, che sarà ricordata per altro, riesce a vincere, quasi come simbolo di una carriera abbastanza sottovalutata, considerando che ha vinto ben 56 gare in carriera. È un velocista, ma anche capace di chiudere quarto all’Amstel Gold Race, quasi un’epoca fa: per la precisione, sono passati 10 anni. Ormai era sul viale del tramonto, ma proprio lì, mentre il sole sta calando, ci può essere il momento più bello e, per lui, è giunto in tale forma. Mentre tramontava il sole del ciclismo, con conseguente ritiro, lui ha trovato il suo momento di splendore. Il rosso della sua maglia ha brillato. VOTO: 7.

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📉 Flop:

I giovani talentuosi alla loro prima esperienza: in questa Vuelta all’esordio c’erano alcuni dei protagonisti della passata stagione tra gli Under 23 o di quella precedente, al loro esordio in una corsa a tappe di tre settimane. Pablo Torres, che nel 2024 aveva chiuso secondo sia al Giro Under sia al Tour dell’Avenir; Omrzel, che nel 2025 aveva vinto il Giro Under 23 su Tuckwell, anche lui al via; Widar, che aveva vinto il Giro nel 2024 ed era arrivato secondo all’Avenir l’anno successivo; e Nordhagen, che aveva fatto quarto al Giro e terzo all’Avenir l’anno scorso. Quindi tutti talentuosi, chi più chi meno, ma ognuno di questi aveva ottenuto qualcosa. In questa Vuelta, al momento, si sono anche mostrati, ma hanno palesato una certa incostanza: Widar sul podio di tappa ad Andorra e poi completamente saltato per alcuni giorni, per poi ritornare a essere protagonista nell’ultima tappa della settimana con un top 10 di buon auspicio; Omrzel, che con una fuga è tornato anche in una discreta classifica per poi avere subito nuovamente difficoltà; Torres, che è stato l’ultimo uomo in alcune tappe per Pogačar, ma mai così fondamentale. Sicuramente i due peggiori sono stati Tuckwell e Nordhagen, che quasi non si sono mai visti in nessuna situazione. La loro difficoltà ci fa ricordare che non tutti sono campionissimi, non tutti necessariamente arrivano subito: c’è bisogno, per alcuni, di crescere negli anni e anche di deludere le aspettative. È formativo, è un’esperienza che per sua natura lascia il segno. Non tutti hanno un percorso lineare, anche i giovani talentuosi, umani, hanno bisogno di spazio, di momenti in cui il loro grafico è ondivago, incostante. In ciò c’è anche il bello della gioventù, il bello della fatica. Di questi cinque, probabilmente arriveranno a essere campioni soltanto uno dei cinque, altri due saranno ottimi gregari e magari altri due saranno buoni ciclisti da classifica generale. Questa, di solito, è la percentuale storica, sebbene nell’ultimo periodo siamo stati abituati fin troppo bene. In questa insufficienza non insufficienza, c’è un elogio alla gioventù e al tempo, alla possibilità di deludere. VOTO: DELUSIONE ASPETTATA.

I due volti della malinconia: il termine malinconia probabilmente non è corretto, ma è quello che può essere meno pesante e che può racchiudere al meglio due corridori che sulla carta dovevano essere protagonisti. Come forse non è propriamente corretto mettere i due tra i flop, ma meritavano un’analisi. Il leitmotiv con loro è proprio quello di essere fuori posto. Da una parte João Almeida, che l’anno scorso di questi tempi combatteva per la vittoria finale contro Vingegaard; dall’altra parte Cian Uijtdebroeks, che sembrava essere uno dei tanti pianeti fenomenali, ma che ultimamente fa fatica persino a finire le corse a cui partecipa. Il portoghese sta correndo come uno dei tanti, al momento sembra quasi un portaborse qualsiasi, uno che è lì, che porta le borracce e poi si stacca, quando si sanno invece le sue potenzialità. Quest’anno per lui è stato molto difficile; si parla di problemi anche di salute mentale non meglio specificati. In ciò non si può entrare, si può solo stare vicino ad Almeida e aggiungere che, in ogni caso, lui sarà ricordato nel mondo del ciclismo e lasciare a lui il suo tempo. Forse questa Vuelta può essere anche terapeutica, visto che non ha particolari pressioni, e forse anche solo per un giorno può tornare dove merita di stare. Nel mentre è quasi estraneo a sé, un fuori posto momentaneo da cui si può sempre ripartire per cercare il proprio posto naturale. Invece, per quanto riguarda il belga, la situazione ciclistica sembra sempre più fosca. Dopo il passaggio alla Movistar da quest’anno si pensava potesse continuare dal progresso che sembrava aver fatto l’anno scorso; sembrava, in un certo modo, rinato dopo una serie di difficoltà iniziate fin dal passaggio tra i professionisti. Su di lui, fin da giovanissimo, pendevano grandissime aspettative, le quali si erano attenuate, ma si poteva ritenere con ragione che potesse centrare una top 10 alla Vuelta o mostrarsi in fuga, un qualcosa. Invece, sia al Tour sia alla Vuelta, è costretto al ritiro. Fra malattie e cadute, fra problemi con i compagni, il belga sembra non trovare mai la sua collocazione, un essere fuori posto per natura che rappresenta la malinconia per eccellenza. Quando probabilmente si sentirà a posto potranno venire fuori le sue qualità, le quali sono indubitabili, ma ciò succederà o no? Questa è la domanda su di lui.   OGNI VOTO SAREBBE SBAGLIATO.

Carlos Rodríguez Cano: per lo spagnolo il discorso può essere abbastanza simile ad Almeida, ma il periodo di crisi è iniziato da più lungo tempo, da quando sembrava aver firmato con la Movistar, ma era rimasto in Ineos. Correva l’anno 2023, dove era stato capace di vincere una tappa al Tour e di chiuderlo anche nei cinque. L’anno successivo era riuscito a ottenere una doppia top 10 tra Tour e Vuelta, ma senza riuscire a essere protagonista; il 2025 era finito con un DNF al Tour e il 2026 sta andando ancora peggio. La parabola sembra essere in lenta picchiata dal 2023, l’anno che rappresenta il massimo della sua carriera, e ogni anno esponenzialmente decresce. Non si può nemmeno capire cosa sia successo: intervistato, ha chiarito che nemmeno lui sa cosa stia succedendo, dicendo soltanto che nei momenti clou gli mancano le gambe. L’enigma dello spagnolo è anche di difficile risoluzione, sembra quasi che stia combattendo con i mulini al vento, o sicuramente con qualcosa di non visibile. Il saggio Aristotele diceva che per risolvere il problema bisogna prima di tutto capire quale sia, scovare la questione. Si può dire che la cosa più importante sia proprio capire il problema, formulare la domanda.  VOTO: 4.

L’evidente difficoltà di chi corre Tour-Vuelta: tale accoppiata forse è anche più difficile di quella che c’è tra Giro-Tour e spesso viene trascurata tale difficoltà. In questa Vuelta ci sono corridori molto forti, tre nomi su tutti: Mads Pedersen, Skjelmose e Carapaz. In qualche modo, tutti e tre non sono vicini al livello del Tour. Se per Mads Pedersen la settimana si conclude in crescita, con un secondo posto, per gli altri due la settimana si conclude con un distacco già superiore ai tre minuti in classifica generale, dopo che avevano chiuso il Tour tra i migliori. Il ciclismo di oggi è così esigente che anche provare a fare classifica sia al Giro sia alla Vuelta appare abbastanza complicato; ciò è elevato alla potenza tra Tour e Vuelta. Tale accoppiata è sempre stata difficile, ma probabilmente anno dopo anno richiede sempre più energie fisiche e mentali, che sembra ogni anno aumentare sempre di più, in un mondo che richiede sempre di più non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Forse fra un decennio in ben pochi riusciranno a correre due grandi giri all’anno, se si continua in tale processo, e i giorni di gara diminuiranno sempre di più, con il cambiamento di una nuova visione del mondo ciclistico che sembra già essere iniziata. Come ogni visione, di per sé non è sbagliata, ma dipende dai gusti, è soggettiva. In questo caso, de gustibus non disputandum est, ma sinceramente preferisco un ciclismo dove i protagonisti possano essere il più costanti possibile, più presenti, sebbene possa avere fascino vedere volti sempre diversi.              VOTO: DIFFICILISSIMA.

Il percorso e l’organizzazione: sarò sempre contrario a un percorso come quello della Vuelta, che invece di diminuire di durezza aumenta anno dopo anno. La prossima sfida sarà quella di eliminare le tappe con meno di 2000 metri di dislivello? Vogliono rendere ogni giorno un evento da classifica generale? Ma facendo proprio ciò cancellano l’evento, che per sua eccezione è qualcosa di straordinario. Se diventa la comune ordinarietà, non è più evento, ma solo un banale avvenimento, scontato, prevedibile: 21 giorni uguali o simili, con le stesse sfumature e senza spazio per qualcos’altro. Non è necessario rendere il tutto durissimo: la spettacolarità non è data solo dalla durezza, ma dalla diversità e dalle possibilità di creare cose diverse in giorni diversi. Questa Vuelta, invece, offre ben poche variazioni sul tema, rendendo il tutto durissimo fin dai primi giorni, senza possibilità né di recupero né di renderla variegata. Ciò è dimostrato dal fatto che in otto tappe effettive abbiano vinto in cinque, probabilmente solo per il ritiro di Pogačar, poiché con lui presente sarebbero stati tre o quattro i vincitori. Ho parlato di otto tappe effettive perché la terza tappa è stata completamente cancellata a causa di un fenomeno atmosferico non prevedibile se non poco prima, che ha costretto i corridori a cercare rifugio di fortuna. Lì ci sono responsabilità da parte dell’organizzazione, ma non così eccessive. Sicuramente, però, tale tappa, e non solo, ha mostrato che ci sono evidenti problemi con le immagini e con la regia, ma quello ormai è noto. Il Giro ha superato tale problema affidandosi a qualcun altro, la Vuelta invece rimane nella tradizione, e si vede, o meglio si nota ciò proprio perché è difficile vedere le varie situazioni, che si notano meglio anche in corse meno rinomate. A completare il quadro, spesso anche le grafiche sono sbagliate, tra nomi e tempi errati. Da una parte la durezza delle montagne, dall’altra parte il caos delle onde del mare: questa immagine rappresenta perfettamente la Vuelta, a volte masochista, a volte fin troppo rilassata, che si lascia andare trasportata dalla corrente. L’ottava tappa, l’unica giornata tranquilla almeno a livello altimetrico, vede invece il caos a livello di cadute. L’unica giornata che sembrava rilassata porta fuori gioco Pogačar e anche altri, causando tantissime cadute, proprio come simbolo contraddittorio del percorso. VOTO: 3.

Articolo scritto da Cristian Bortoli