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TOP E FLOP DELLA SECONDA SETTIMANA DEL TOUR DE FRANCE

Tour de France 20/07/2026
TOP E FLOP DELLA SECONDA SETTIMANA DEL TOUR DE FRANCE

 

Si è conclusa la seconda settimana del Tour de France, con molte conferme e qualche sorpresa. C’è molto da dire ed è inutile dilungarsi ulteriormente. Come di consueto, l’analisi è suddivisa fra cinque top e cinque flop, evitando di inserire corridori già commentati nella prima settimana. Ovviamente Pogačar e Merlier rimangono tra i top, così come Philipsen e Grégoire rimangono tra i flop.

📈 Top: 

Remco Evenepoel: è lui la vera sorpresa di questo Tour. C’erano anche esperti che ormai gli consigliavano di abbandonare le speranze di classifica generale nei grandi giri, ma questa corsa francese, al momento, sta dimostrando il contrario. Si gestisce alla perfezione, non risponde mai agli attacchi ma torna sempre sui migliori tra gli umani. Dopo il ritiro di Vingegaard è diventato lui il primo degli umani e riesce perfino a "battere" Pogačar in volata, ottenendo il suo primo successo in salita al Tour de France, un'ipotesi che sembrava molto difficile, tralasciando qualche eventuale fuga fuori classifica. Questa vittoria è arrivata staccando tutti gli altri big, a eccezione dello sloveno. Martedì può anche bissare il successo e, a quel punto, chi potrebbe fermare Evenepoel sulle ali dell’entusiasmo nella conquista del podio? Il futuro lo dirà. Rimane però la sensazione che difficilmente riuscirà a vincere un Tour de France in quest’epoca, a meno che non venga disegnato un percorso ad hoc per lui, che probabilmente sarebbe la corsa più spettacolare al mondo perché aperta a più soluzioni. In ogni caso, in un Tour con pochissimi chilometri a cronometro, è secondo ancora prima dell’unica prova contro il tempo. Probabilmente questa vittoria può anche sbloccarlo, visto che difficilmente si può discutere il suo talento, bensì il suo carattere, quello di chi vuole sempre brillare, una stella che desidera splendere più di tutte le altre, ma che spesso viene oscurata dalla stella più luminosa del sistema ciclistico, ossia Pogačar, il nostro Sole. Evenepoel è invece Sirio che, sebbene sia la stella più luminosa del cielo notturno, al confronto con il Sole può fare ben poco. VOTO 9,5 

Søren Wærenskjold: il più alto e il più pesante del gruppo al Tour de France riesce a centrare il successo che vale un’intera carriera, scegliendo il momento perfetto per anticipare gli altri velocisti. Questa vittoria rappresenta il suo apogeo, soprattutto dopo che il giorno precedente aveva dovuto faticare per arrivare al traguardo, chiudendo addirittura ultimo. Al norvegese non piacciono gli intermedi, ama gli estremi: dalla sua altezza ai piazzamenti al traguardo, o è al vertice o è in fondo. In questo senso è ancora più significativo che abbia conquistato la tappa con la media più veloce della storia del Tour de France. Non può esserci la via di mezzo: il giorno successivo, mentre sta preparando la volata, cade. Vive tra il vertice e il fondo, ma proprio in questo rappresenta perfettamente anche il carattere della sua squadra, la Uno-X, che corre sempre per vincere e mai per il semplice piazzamento, con la volontà di mostrarsi e di rifiutare l’anonimato. Il norvegese è soprannominato "l’ippopotamo" per via della sua stazza, ma bisogna ricordare che questo animale è anche tra i più aggressivi che esistano: è meglio stargli lontano. Uscendo dalla metafora, gli altri velocisti farebbero bene a tenerlo maggiormente in considerazione in futuro. VOTO 9

Mauro Schmid: dopo esserci andato vicinissimo lo scorso anno, quest’anno, aiutato da una squadra perfetta in quella giornata, riesce a coronare il sogno conquistando una vittoria al Tour. Allo svizzero manca ormai soltanto una vittoria alla Vuelta per completare la collezione di successi nei tre grandi giri; intanto, però, è stato principe per un giorno. Va considerato che in questo Tour c’erano pochissime occasioni favorevoli per corridori come lui e che, quindi, doveva giocarsi tutto proprio in quella tappa. Una situazione nella quale o sei top o sei flop, senza possibilità di replica: o vinci oppure l’intera squadra rischia di essere considerata un flop, perché, per quanto sia una semplificazione, alla fine della stagione si guardano soprattutto i risultati, mentre tutto il resto viene spesso dimenticato. Con questa vittoria, invece, lo svizzero e la sua squadra si sono già conquistati una più che ampia sufficienza. In un mondo in cui conta l’efficacia, loro hanno incarnato perfettamente questo valore: sforzo perfetto in una sola tappa e massima resa. Domenica ci riprova, volando sulle ali dell’entusiasmo, pur sapendo che sarebbe stato molto più difficile. Anche in quell’occasione, però, mette tutto se stesso sulla strada. VOTO 9

Paul Seixas e Del Toro:  se il giovanissimo francese riesce a indossare la maglia bianca, seppur per un solo giorno, oltre a ciò, si dimostra solidissimo. È lì, in corsa per il podio, che è al tempo stesso distante e vicino: può giocarselo e sarebbe già un enorme risultato. La strada verso il futuro sembra già ben tracciata, poi ci sono le variabili, che non dipendono soltanto da lui, ma vanno oltre qualsiasi essere umano. Se però tali incognite non esistessero e qualcuno mi chiedesse se Seixas sarà il primo francese, dopo Hinault, a vincere il Tour, la risposta sarebbe lapalissiana: sì, sarà lui. È lui il futuro del ciclismo transalpino. I suoi risultati fanno sperare anche l’Italia, capeggiata da Mark Finn, nella prospettiva di un futuro duello tra loro due. Rimanendo però sul campioncino francese, si può dire che darà probabilmente vita a un duello per la maglia bianca e per il podio con Del Toro, che sarà verosimilmente uno dei protagonisti dell’ultima settimana. Se i francesi hanno eletto a propri idoli vari combattenti degli ultimi decenni, ora è probabilmente arrivato il nuovo generale, il talento più puro per le corse a tappe dai tempi di Hinault e Fignon.  Se Seixas ha mostrato una costanza e una solidità notevoli, il messicano ha vissuto alti e bassi più marcati. Nella tappa del Massiccio Centrale va in crisi, ma riesce a salvarsi; poi, sui Vosgi, resta con Vingegaard e Seixas; infine, nell'arrivo in salita che chiude la settimana, sfrutta l’aiuto del proprio capitano per scalare posizioni fino al podio provvisorio e riprendersi la maglia bianca. Il messicano è in corsa per il secondo podio in un grande giro a un’età giovanissima, che non sembra tale soltanto per l’impari confronto con il francese. Sicuramente il futuro può essere anche suo, così come quello del ciclismo, che sembra aprirsi nel prossimo lustro a un livello fuori dalla norma. Per quanto riguarda il messicano, ora manca soltanto completare l’opera. Visto il suo temperamento, però, difficilmente resterà a controllare: quando lo fa sbaglia anche i calcoli. È un uomo d’azione, deve muoversi in direzione di un obiettivo; se rimane fermo, sbaglia. Qualcuno direbbe che dovrebbe seguire gli insegnamenti della storiografia critica, che si adatta meglio al suo carattere, e sicuramente non quelli della storiografia antiquaria. VOTO 7,5

Richard Carapaz e Tom Pidcock: per andare oltre la semplice lettura dei risultati, perché se ci si limitasse a quelli, aprendo ad esempio ProCyclingStats e osservando i loro piazzamenti, probabilmente finirebbero nei flop. Ma c’è tutta la tappa, c’è molto di più di un numero accanto al traguardo: c’è il percorso, c’è lo svolgimento della corsa.  Carapaz lotta contro Pogacar, cerca di battere quello che probabilmente è il corridore più forte degli ultimi cinquant’anni e prova a farlo con azioni diverse, ma sempre con il medesimo esito. Ci riproverà sicuramente, con la sua consueta espressione nei momenti di massimo sforzo, un volto che rappresenta chi mette in gioco tutte le energie possibili. L’ecuadoregno è la massima rappresentazione della grinta in azione. Non è lui, in sé, a essere top, ma ciò che rappresenta. In modo analogo vale per Pidcock, sempre all’attacco nelle ultime tre tappe della settimana, con una classifica che ricorda un’altalena: dal decimo al quarto, poi di nuovo al nono posto. Di fatto, ciò che guadagna poi lo perde, ma continua a provarci e, in ogni caso, la top 10 ormai sembra alla sua portata, così come appare probabile che continuerà a cercare di lasciare il segno, pur non essendo ancora al cento per cento. VOTO 6,5.

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📉 Flop:

Jonas Vingegaard: il campionissimo danese ci prova, mette tutto se stesso. Sa che deve provarci, non può rinunciarvi, ma questo tentare con tutti i suoi mezzi, questo dovere imposto sulle sue spalle, che egli stesso si autoimpone per seguire la strada etica, compromette anche le sue prestazioni. Spesso, nei finali, è in difficoltà, con il risultato che gli altri sono più vicini a lui di quanto lui lo sia a quel Dio mortale che è Pogačar. Vingegaard, probabilmente, in questo duello rappresenta l'uomo che rasenta la perfezione, ma rimane pur sempre umano. Si potrebbe dire umano, troppo umano, sebbene sia il migliore esemplare della specie umana possibile per le corse a tappe. Davanti a sé, però, ha qualcuno che oltrepassa qualsiasi limite umano. In tutto ciò rappresenta il continuo tentativo di superare se stesso, seguendo la strada giusta, che tuttavia, pur essendo quella giusta, non sempre conduce al traguardo sperato. Tutto questo fino a domenica, quando ci stava riprovando ancora una volta, ma su di lui si è imposto il crudele destino, che è la somma di sorte, scelta volontaria e capacità, una commistione che, in questo caso, ha portato a una caduta e al ritiro. In questo caso a essere flop è l'umano, non Vingegaard in sé: l'uomo che è finito, manchevole e soggetto a ogni genere di fragilità. Ma è proprio questa sua imperfezione a renderlo ancora più facile da amare, più vicino a chi lo osserva. Fino alla caduta era l'essere intermedio tra due mondi; con quel ritiro il divario si è aperto ancora di più. Da una prospettiva il suo VOTO non può che essere 7; da un'altra, invece, non può che essere 4.

Juan Ayuso: fuggito dal team UAE per diventare capitano, con la volontà di provare a salire sul podio del Tour, vede al momento questo obiettivo rimandato. In questa corsa non vive mai una vera giornata completamente negativa, come invece gli capitava spesso in passato, ma non ne vive nemmeno una in cui riesca davvero a brillare. Si piazza sempre tra il quinto e l’ottavo posto nelle tappe di montagna ed è anche supportato in maniera eccellente dalla squadra, considerando che spesso ha al proprio fianco Skjelmose, che è proprio il corridore alle sue spalle anche nella classifica generale. Il podio non è neppure così lontano, ma in questa settimana è stato sicuramente il meno brillante tra i migliori uomini di classifica. Dello spagnolo, ormai, limiti e difetti sono evidenti. Tutto sembra dipendere dalla sua testa, quella di un corridore che vuole vincere e che, proprio per questo, può reagire in due modi opposti: scoraggiarsi oppure cercare di migliorarsi a ogni costo. Quale delle due strade imboccherà Ayuso lo dirà soltanto il futuro; di certo, tra poco, si troverà davanti a un bivio dai due esiti completamente opposti. Nel celebre romanzo di Goethe, il giovane Wilhelm si trova spesso diviso tra il proprio dovere, rappresentato dall’industria, e il mondo dell’arte, incarnato dal teatro. Anche Ayuso sembra trovarsi davanti a un bivio: da una parte il continuare a ottenere buoni risultati, svolgendo il proprio compito; dall’altra qualcosa di più prezioso, ma anche molto più precario. VOTO 5,5.

Ben Healy: se l'anno scorso l'irlandese aveva vinto una tappa, indossato la maglia gialla per alcuni giorni e concluso il Tour in top 10, risultando quindi tra i migliori, quest'anno sembra invece la copia sbiadita di quel corridore. L'anno scorso era di un verde brillante, era il verde nella sua essenza; ora sembra soltanto la copia umana e imperfetta di quello smeraldo che brillava. Ci prova anche con il suo consueto carattere, si mette persino a disposizione di Carapaz, ma alla fine lui e la sua squadra raccolgono ben poco. Un Tour dai risultati da dimenticare, ma che potrà comunque rivelarsi utile per l'esperienza accumulata, nell'attesa di rivedere la sua vera versione, che non è certamente questa. Nella mente rimane un modello di Healy che, in questo Tour, non si è realizzato. Ora spetta a lui dimostrare, nel prosieguo della stagione, se quel paradigma possa tornare a concretizzarsi oppure se gli anni passati siano stati un'eccezione più che una regola. VOTO 5.

Julian Alaphilippe: ormai la sua carriera sembra giunta al tramonto. Forse, vista la sua classe, ci sarà ancora l’ultimo canto del cigno, ma per il resto manca ormai poco al suo ritiro effettivo, o almeno a quello dai grandi risultati. Lui è tenace, ci prova e ci riprova, ma viene sempre respinto. Il colpo più duro è stato staccarsi da una fuga su un GPM di quarta categoria. Nel lontano 2019 combatteva fino alle Alpi per il Tour; ora combatte per non diventare anonimo. Il tempo, in questo caso, è inesorabile anche per chi è dotato di talento puro. In metafora: l’oro puro non si arrugginisce mai, tuttavia, quando è inserito in una lega o montato su altri materiali, è l'insieme a perdere splendore. Allo stesso modo il talento puro non svanisce, ma, essendo legato a un corpo finito, finisce inevitabilmente per apparire meno luminoso. È questo, in fondo, ciò che sta accadendo. VOTO 5.

Matthew Riccitello: l’anno scorso alla Vuelta aveva mostrato tutto il proprio talento da scalatore, conquistando una top five e la maglia bianca. Con il trasferimento alla Decathlon, l’ipotesi più probabile era che potesse crescere ulteriormente, diventando non soltanto un prezioso supporto per Seixas, ma anche una seconda punta pronta a sorprendere. Al momento, però, è stato come se non ci fosse. Non ha mai lavorato realmente per la squadra, staccandosi sempre prima del momento in cui sarebbe dovuto entrare in azione: quasi un posto sprecato, viste le sue caratteristiche da scalatore puro. È una bocciatura in vista del futuro, o meglio un rimando alle prossime esperienze, con l’auspicio che quella Vuelta non sia stata soltanto un episodio isolato. Per corporatura ricorda il connazionale Kuss, ma, almeno per ora, le somiglianze si fermano all’aspetto esteriore e non riguardano ancora le qualità più profonde. Ha comunque ancora tempo: l’importante è che non lo sprechi, perché, come ricorda Seneca, non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto. VOTO 4,5.

Articolo scritto da Cristian Bortoli