Si è conclusa anche l’ultima settimana della Vuelta a España. Per l’occasione l’analisi si concentrerà solo su tre top e tre flop, per due motivi: il primo è che per molti aspetti è una ripetizione delle prime due settimane, con molti protagonisti che sono rimasti gli stessi, per esempio Brennan e Mas, evidenti top, o la regia, che è stata per l’ennesima volta un flop. Basti pensare alla penultima tappa, dove si è visto per 100 km solo due gruppi: quello davanti e quello della maglia rossa, tralasciando di netto il gruppo di Landa, con il basco che poi è ritornato davanti, o il gruppo di Onley e Omrzel, mai inquadrati e con pochissimi rilevamenti cronometrici. Il secondo motivo è che ci sarà a breve anche un pagellone delle squadre, che sarà più completo e analizzerà vari aspetti.
📈 Top
Il duo atipico nato per la Vuelta: in questa settimana a vincere sono stati due corridori completamente distanti per caratteristiche fisiche e ciclistiche: da una parte il gigante Stefan Küng, dall’altra parte il piccolo Eddie Dunbar. I due hanno davvero poco in comune, a eccezione del fatto che corrono per un team Professional, ma più rilevante di questo è la loro capacità di vincere alla Vuelta. Lo svizzero aveva già vinto una crono nel 2024, quest’anno conferma le sue qualità nelle cronometro spagnole vincendo, seppure di misura, la prova a tempo. Questa è la sua seconda vittoria alla Vuelta, ma in generale in un grande giro. Non è mai stato il più forte in queste prove, ma è sempre stato uno che stava lì, mai un vero flop delle sue prestazioni; è stato anche due volte campione europeo a cronometro. Di fatto, lo svizzero sa anche scegliere gli obiettivi, poiché conquista corse importanti, ma non importantissime, adatte al suo livello. Ha 32 anni, tutta l’esperienza per continuare ancora alcuni anni e magari aumentare le vittorie nei grandi giri, puntando anche alle prossime crono della corsa spagnola, che gli sembrano più adatte per lunghezza, percorso e avversari di norma al via. Sebbene sia alto più di 190 cm, spesso è passato sottotraccia perché probabilmente le sue vittorie non sono mai state quelle più importanti, ma un gradino sotto, come spiegato, ma alla fine della sua carriera si potrà ritenere sicuramente soddisfatto, ricordando anche gli anni in cui riusciva a ottenere più che buoni risultati sulle pietre. Da un certo punto di vista rappresenta meglio la sua terra natia: solido e sempre pronto ad approfittare delle situazioni, mai il vero centro di qualcosa, ma mai insignificante o sottomesso. L’irlandese Dunbar sembra anche lui nato per togliersi soddisfazioni alla Vuelta, poiché è la sua terza vittoria in un grande giro, che coincide con la terza vittoria nella corsa spagnola. È lì di casa, sulle rampe e sulle salite spagnole, in tale atmosfera che è classica solo della corsa spagnola. Si diceva che ogni popolo avesse un carattere in base alle condizioni del clima, ma anche che ogni natura può essere adeguata, non per tutti gli ambienti; in tal senso, tale argomento può essere traslato per l’irlandese, il quale sembra avere tutte le caratteristiche per andare forte specialmente nella corsa spagnola. Porta a casa una vittoria che vale l’intera stagione, anche per merito dell’aiuto di Gloag. VOTO 8.
Mikel Landa Meana: solo una settimana fa, alla ricerca di qualche flop, mi sono ritrovato davanti al suo nome al via: mai protagonista, mai visto dalle telecamere, sembrava quasi fosse lì per essere una presenza, ma lui proprio tale ruolo non lo ha mai avuto e probabilmente non lo ha mai accettato. Mai nel vivo, sembra quasi abbia calcolato alla perfezione l’obiettivo di vincere proprio la ventesima tappa. Ma questo potrebbe valere per qualsiasi corridore; il basco, però, di norma non è mai stato calcolatore, spesso più irrazionale che razionale, più emozionale che vincente, a tal punto che anche quello che appare un calcolo è difficile da associare a lui. Più che altro emergono parole romantiche, si pensa al destino, non a un calcolo, alla sorte letteraria che voleva che l’ultima tappa di montagna di questa Vuelta venisse vinta da lui, quasi per lasciare un segno nella memoria di tutti noi che stavamo assistendo: quindi poesia e non matematica, romanticismo e non illuminismo. In cima al Collado del Alguacil nessun finale poteva essere così emozionale come vedere un corridore ormai tramontato che si commuove per quello che segna probabilmente la fine di un ciclo di vita e di carriera, come il sole quando tramonta al Polo Nord per l’ultima volta prima di lasciare spazio al buio per parecchi mesi. Landa il prossimo anno torna a casa, torna dove tutto era iniziato, nell’Euskadi, ma intanto ha vinto una tappa alla Vuelta dopo undici anni. Si può dire che abbia vinto in due epoche ciclistiche completamente diverse: non un vincente, ma un esteta e, da un certo punto di vista, quasi un decadentista della bici, il quale rende le sue vittorie una pennellata che rimane per sempre. VOTO: MA IMPORTA DAVVERO?
Tobias Halland Johannessen: sembrava l’ennesima settimana per lui dove poteva vincere ma arrivava secondo, ormai era diventato un leitmotiv: sempre forte, sempre tra i migliori, ma mai capace di alzare le mani in una corsa importante. Ciò era quello che appariva, era difficile pensare che potesse vincere, soprattutto una tappa come l’ultima, ma lui, testardo e con una condizione più che ottimale, ci ha provato fino all’ultimo, riuscendo a vincere quando per nulla era favorito. Il simbolo delle sue capacità è proprio la tappa di Granada, dove al mondo ha palesato anche tutto il suo carattere con uno sprint lunghissimo che ha stroncato i suoi avversari e lo ha portato finalmente al trionfo. La strada verso la vittoria è stata lunga, ha dovuto attraversare varie battaglie in cui era rimasto vivo ma sconfitto, ma ieri ha vinto la sua guerra personale, uscendo da questa Vuelta con un carico emotivo e di autostima notevole, che può definitivamente sbloccarlo anche tra i professionisti. I suoi lontanissimi antenati prima avevano saccheggiato la Spagna partendo proprio dall’Andalusia, e poi andarono alla conquista di più importanti territori: dalla Francia settentrionale all’Italia meridionale. Può essere anche il suo obiettivo, vincere tappe in tutti e tre i grandi giri; al momento, tale risultato è stato ottenuto nella storia solo da 117 ciclisti. VOTO: 9.
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📉 Flop:
La noiosità: il riferimento è più filosofico che ciclistico, il discorso è più generale che specifico per la Vuelta. Il legame con la corsa spagnola si trova nella telecronaca italiana, dove spesso e fin troppo si ripete che la corsa è noiosa, sto anche edulcorando il discorso in questo caso. Tale argomento merita di essere suddiviso e sfaccettato. La prima domanda è: che cosa è noioso? Si può davvero dare una definizione a ciò che è noioso, o è veramente soggettivo, tanto da entrare solo nel campo della facoltà del giudizio di gusto, che è qualcosa di soggettivo e non oggettivo? Se si entra in questo campo, tutto il resto del discorso perde di validità, si compie quel passo che porta verso il de gustibus non disputandum est. Poi è evidente come il ciclismo da sempre abbia un rapporto con la noia: è uno degli sport con la durata più lunga, con l’attesa del momento clou e tutti i fattori che sono connessi alla noia, nel bene e nel male. E perché mai la noia deve essere così disprezzata? Qualcuno, Heidegger, diceva persino che la noia fosse il sentimento fondamentale del filosofare. Non tutto può essere spettacolarizzato, ci sono vari piaceri, c’è il momento della riflessione ma anche quello di attendere il momento clou, in un pathos che cresce e che non per forza, o necessariamente, deve essere risolto da distante come nell’epoca di Pogačar. Esistono piaceri diversi, non tutto deve essere reso uniforme, uguale, poiché esistono più occasioni e soluzioni. E poi siamo sicuri che sia veramente noiosa? La ventesima tappa, per esempio, ha dato tantissimo da diversi punti di vista. Il testo potrebbe continuare ma diventerebbe un saggio sul tema, quindi è più utile chiedersi: perché mai sminuire qualcosa che si vende? Perché mai insistere su un medesimo argomento? Sembra abbastanza un controsenso da questo punto di vista: di solito chi vende un prodotto continua a farlo disprezzare? Qualcosa in ciò mi sfugge. Non è in dubbio la professionalità, la capacità, ma la questione è se davvero è sensato ripetere come un mantra che qualcosa è noioso. A mio modesto parere, questo mi lascia qualche perplessità, come ho cercato di mostrare in poche linee, ma se si vuole un confronto sono aperto al tema. VOTO: CHE NOIA LA NOIA O QUELLA CHE È DEFINITA TALE.
Oscar Onley: giovane ma non giovanissimo, viene da una stagione difficile ed è anche caduto nella seconda settimana, ha qualche attenuante quindi, ciò viene palesato dalla sua difficoltà sulle tappe più lunghe e con maggiore rilevanza sull’aspetto del fondo. La ventesima tappa diventa un calvario quasi fin da subito, sul Puerto de El Purche si vede la massima rappresentazione della sua Vuelta, è lì, sta per scollinare con i primi, ma proprio si pianta negli ultimi metri, e questo piantarsi rende la tappa infinita per lui, a inseguire, o meglio a cercare di marcare stretto Ormzel, tale piano riesce e alla fine, sebbene perda il quinto posto ai danni di Kuss, riesce a difendere la maglia bianca del miglior giovane, che sicuramente rende la sua Vuelta meno amara, ma bisogna ricordarsi come l’anno scorso, in un team che sembra proprio sul viale del totale declino, aveva lottato per il podio al Tour de France e quest’anno quindi, in un team come la Netcompany Ineos, le aspettative erano diverse. Alla fine, è tutta questione di aspettative, l’anno scorso erano molto basse, quest’anno molto alte. Nel basket statunitense di solito si dice che è il secondo anno il più difficile, quello da sophomore, mai il primo da rookie, tale concetto può valere spesso anche per il ciclismo, ma anche per la vita, è la solita frase: è più facile vincere che confermarsi, ormai diventata retorica. VOTO 5.5.
Alberto Dainese: per il velocista italiano il miglior risultato ottenuto in questa Vuelta è un settimo posto. Solitamente tendeva a crescere con il passare delle settimane: basti pensare che le sue vittorie nei grandi giri sono arrivate nella seconda o nella terza settimana. In questa occasione, però, soprattutto nell’ultima settimana, aveva a disposizione le tappe più adatte alle sue caratteristiche e proprio per questo il bilancio è deludente: ha ottenuto soltanto un nono posto, un risultato insufficiente. Quest’anno le aspettative su di lui, dopo il passaggio alla Soudal Quick-Step, squadra di riferimento per i velocisti, erano alte. Forse, però, il fatto di essere il terzo velocista del team non ha aiutato il suo morale. In questa Vuelta avrebbe comunque potuto brillare, inserito in una squadra costruita per le volate e con la quale, di norma, ogni velocista riesce a ottenere almeno una vittoria nei grandi giri. Per il veneto, invece, è stata un’altra stagione difficilissima, che si aggiunge a un periodo già caratterizzato da risultati poco brillanti. Nel lontano 2019 aveva vinto il campionato europeo Under 23 nei Paesi Bassi e, considerando anche i risultati ottenuti prima e dopo il passaggio tra i professionisti, sembrava destinato a entrare stabilmente tra i primi dieci velocisti, o quantomeno a essere uno dei principali outsider nelle volate. Ultimamente, però, sembra essersi completamente spento, al punto che ormai anche un piazzamento tra i primi dieci viene considerato un buon risultato. Non vince dal 2024 in una corsa qualsiasi e, in una gara del WorldTour, non si impone dalla Vuelta 2023. Sono dati che evidenziano una crisi profonda, soprattutto perché si tratta di un velocista, ma il quadro è ancora più preoccupante se si guardano i piazzamenti: in questa stagione ha ottenuto soltanto un podio di tappa al Tour de l’Ain. Se un tempo sembrava avere la luce necessaria per emergere nella mischia delle volate, quella fulmineità che lo rendeva capace di essere un lampo, oggi la stessa luce sembra essersi quasi del tutto spenta. Non è più un lampo, ma soltanto una nuvola fosca: ormai non si tratta più soltanto di vincere, bensì persino di riuscire a essere lì davanti. VOTO 4,5.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
