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LO SPECCHIO DELLA CORSA: IL SOSPETTO NON È UNA PROVA

Tour de France 22/07/2026
LO SPECCHIO DELLA CORSA: IL SOSPETTO NON È UNA PROVA

 

Oggi, nella cosiddetta giornata intermedia, sebbene molto divertente e che ha visto la vittoria di Philipsen, è arrivato il momento perfetto per riflettere, a mente più fredda e svincolata dalle sensazioni, su quanto avvenuto tra sabato notte e domenica mattina negli hotel di Vingegaard e Pogačar. Si parla del controllo antidoping fuori dall’orario usuale, permesso solo in casi eccezionali e soltanto se c’è un fondato sospetto, che stranamente è andato a colpire soltanto lo sloveno e il danese dopo ben sette anni del loro dominio, proprio ora.

Ma perché mai nel ciclismo si giunge a questi estremi? Forse per via della sua storia di colpevolezza rivelata, al contrario di tanti altri sport che hanno preferito mantenere tutto nell’ambiguità. Si pensi ai casi dello sci di fondo, dell’atletica e del nuoto, che hanno scelto di celare molte vicende: basti osservare alcuni record dell’atletica ancora lì dopo più di quarant’anni, oppure ad alcune prestazioni fuori dalla norma di certi nuotatori. Per non parlare del fatto che negli anni Novanta lo sci di fondo italiano era seguito dagli stessi “medici dopatori” dei ciclisti italiani, ma di questo si parla molto meno. Queste sono scelte, più o meno morali, più o meno razionali. Il ciclismo ha preferito, o forse è stato costretto, a passare per la gogna mediatica, mentre altri sport, anche più fortunati, hanno preferito percorrere una via secondaria. Non esiste un giusto o uno sbagliato a priori, ma bisogna anche analizzare le diverse prospettive. Ovviamente nel ciclismo, sport massacrante per eccellenza, viene facile pensare che tutti imbroglino. È facile pensare: «Io non ce la farei mai a fare 200 km, figuriamoci per tutti quei giorni consecutivi». E da questa premessa, basata sulla propria incapacità, si arriva a ritenere che chi ci riesce sia necessariamente dopato. Diventa facile, partendo da un proprio limite, giustificare ciò che altri sono capaci di fare sostenendo che lo fanno soltanto perché aiutati. Questo è il classico meccanismo umano che mescola invidia e ricerca di spiegazioni tanto facili quanto rassicuranti, perché finiscono per farci sentire migliori di quello che siamo.

In ogni caso, la domanda è un’altra: è stato giusto controllare Vingegaard e Pogačar a quell’orario? A mio parere no. Ma soprattutto, se si ritiene che questo sia il modo corretto di procedere per ragioni scientifiche ancora del tutto non chiarite, allora tutti quelli presenti nella top 10 avrebbero dovuto subire il medesimo trattamento. Perché soltanto i primi due, per di più prima di una tappa di montagna così complessa? Queste sono le domande centrali, non se i ciclisti siano dopati oppure no, perché a questo interrogativo non si può rispondere a priori senza avere prove effettive. Al momento si sostiene che siano dopati solo sulla base di un’assunzione precedente: vanno troppo forte in uno sport massacrante, quindi per forza devono essere dopati. Si cade così in una duplice fallacia: quella ad populum («la maggioranza delle persone dice che sono dopati, dunque sono dopati») e quella ad ignorantiam («nessuno ha mai dimostrato che i ciclisti non sono dopati, ergo sono dopati»).

L’unica certezza, in questo caso, è che fino a prova contraria i ciclisti sono tutti puliti, non che siano tutti dopati. Bisogna partire da questa assunzione, mantenendo comunque il dubbio, o meglio la sospensione del giudizio, la cosiddetta epochè, fondamentale in tutti quei ragionamenti nei quali non è possibile possedere la verità assoluta. Si può dubitare? Sì, ma resta un dubbio, non una certezza. Da quel dubbio non ci si può spingere a sostenere né che siano dopati né che siano puliti in senso assoluto. Tuttavia, come punto di partenza, si deve assumere l’innocenza fino a prova contraria. È questa la posizione epistemica da mantenere. È un po’ come il fatto che il mondo esterno esista fino a prova contraria: sebbene, come mostra Cartesio, anche di esso si possa dubitare, l’unica cosa realmente indubitabile è il dubbio stesso. Ma qui si entra nel campo della filosofia teoretica. Nel campo morale e sportivo, invece, bisogna mantenere saldo il principio dell’innocenza fino a prova contraria e, al massimo, dubitare quando vi siano argomentazioni solide e soprattutto prove che giustifichino quel dubbio. Prima di essere ciclisti, sono persone, non carne da macello. Seguendo alcune argomentazioni alla lettera – ad esempio che sia giusto controllarli alle due di notte per sciogliere ogni dubbio – si finirebbe per giustificare qualsiasi comportamento pur di raggiungere una presunta verità assoluta. Ma non tutti i comportamenti possono essere giustificati in nome della ricerca della verità, poiché esiste un limite.

Articolo scritto da Cristian Bortoli