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PAGELLE DEL MONDIALE DI CICLISMO MASCHILE IN LINEA

Campionati mondiali 28/09/2026
PAGELLE DEL MONDIALE DI CICLISMO MASCHILE IN LINEA

 

Ieri si è corso il mondiale più strano degli ultimi anni, corso a una velocità notevole di 43,5 km/h, una velocità superata solo in altre cinque occasioni, ma sempre in un percorso con meno di 3000 metri di dislivello. È stata una gara molto particolare e, visto come è andata, l’analisi sarà sviluppata con 5 top, 3 limbo e 5 flop.

TOP:

Brandon McNulty: era tra gli outsider più remoti per la vittoria, probabilmente non era il più forte, ma sicuramente è stato il più intelligente: sceglie il momento perfetto, a 33 km dal traguardo, e si invola verso la vittoria della carriera. Da giovanissimo sembrava che la sua carriera potesse essere migliore, era stato capace di dominare un mondiale juniores a cronometro con un tempo che sarebbe stato da medaglia anche fra gli Under 23, ma anno dopo anno sembrava che potesse essere semplicemente un gregario molto forte, con la possibilità di vincere in alcune occasioni meno importanti. Ieri, però, vince la gara più importante di un giorno e tale evento può segnare uno spartiacque: sarà un evento momentaneo, il picco più alto da cui si può solo tornare al punto di partenza, o da qui comincerà una nuova carriera? In ogni caso, è interessante notare come, fra coloro che sono entrati in top 10, l’unico senza nessuna top 10 prima di ieri in nessuna Classica Monumento e in nessun Mondiale sia proprio lui. La sua carriera era partita come una stella luminosa, per poi diventare uno dei tanti satelliti, ma proprio quando sembrava destinato a essere solo ciò, ha cambiato tale tendenza, diventando almeno per un anno uno dei soli del ciclismo. VOTO 10 E LODE.

La nazionale statunitense: si è assistito alla perfezione, non sbagliano nessuna mossa, corrono in maniera organizzata e tatticamente perfetta. Qualche loro connazionale dovrebbe prendere ispirazione la prossima volta? Simmons segue Van der Poel, McNulty sceglie il momento perfetto, Jorgenson compie l’opera di stopper alla perfezione, ogni atleta nella giusta collocazione, nulla di fuori posto: sono loro l’elemento apollineo della gara. Corrono grazie alla condizione e al livello sportivo in modo matematico, da esperti uomini di scacchi: vincono con l’alfiere, mentre il cavallo Simmons giunge quarto e la torre Jorgenson ottavo. VOTO 10 E LODE.

Michael Matthews: la sua prestazione è da studiare, era proprio difficile aspettarsi l’australiano in tale condizione. Nella sua generazione, di fatto, è l’unico rimasto a tali livelli, tutti coloro che lo sconfiggevano si sono ritirati o sono in parabola decrescente, mentre ieri lui ha compiuto la gara della vita. È proprio un vero capolavoro, peccato che, non per cause sue, non possa essere il capolavoro perfetto, ma rimane sullo sfondo a causa dell’opera d’arte migliore che ha preceduto. Gli esempi artistici sono numerosi: Botticelli aveva dipinto la Nascita di Venere, da tutti conosciuta, ma anche, poco prima, Pallade e il centauro; tutti conoscono la prima opera, pochi la seconda. La carriera di Matthews è sempre stata da secondo, da colui che compie imprese ma poche volte riesce a trionfare; pensare che abbia vinto solo 44 gare tra i professionisti è molto significativo. In queste 44 vittorie, in ogni caso, c’è molta qualità: fra vittorie nei grandi giri e la maglia verde al Tour. Un ulteriore dato interessante della sua carriera è che, con questo risultato, ha raggiunto il quarto podio al Mondiale: solo in nove ci sono riusciti e, senza vincere mai una volta, solo l’indimenticabile Raymond Poulidor. Grazie a tutto ciò, la sua carriera non sarà mai dimenticata, ricordato come si merita seppure non trionfale, ma le storie dei piazzati emozionano sempre di più. VOTO 10.

Mathieu Van der Poel: arriva al Mondiale con una condizione più che ottima, prova anche l’effetto sorpresa con un attacco quando mancavano quasi 100 km dal traguardo, la sua tattica quasi riesce e mette in crisi varie nazionali. L’elemento dionisiaco per eccellenza, poiché con lui in gara non si sa mai cosa può succedere, l’ordine non può sussistere, sostituito dal caos. Questa volta, però, il caos non lo porta al trionfo, ma solo al terzo posto finale. Per il neerlandese è il terzo podio al Mondiale e probabilmente l’obiettivo può diventare aumentare tale numero, seppure i prossimi Mondiali si preannuncino ben poco adatti a lui, ma a un agente del caos questo aspetto può essere anche messo in secondo piano, perché i suoi limiti sono indecifrabili, va oltre spesso, non esiste qualcosa che lui non sappia fare, se la vuole. VOTO 9.

Mads Pedersen: il danese si era ritirato dalla Vuelta a causa di una condizione precaria, era quindi difficile aspettarsi qualcosa dopo poche settimane al Mondiale. La prima parte di gara sembra confermare ciò, o forse si potrebbe dire quasi tutta la gara: sembrava scomparso, era segnato da solo a inseguire già quando mancavano 100 km al traguardo, ma a poco a poco recupera chiunque, giungendo nel gruppo davanti. Alla fine mancano le gambe per centrare il podio, ma ottiene un sesto posto che appare un risultato incredibile per il modo in cui ci è giunto. Lui, più chilometri ci sono, più si mantiene forte; gli altri invece decrescono. In un’altra epoca probabilmente sarebbe stato ancora più forte, la sua riserva di energia è quasi illimitata. Sarebbe da studiare il suo motore: magari si risolve la questione dello spreco di carburante e si scopre magari la macchina con il rendimento e il consumo migliore. VOTO 8,5.

LIMBO: 

Tom Pidcock: sulla sua gara pesa molto la caduta, non inquadrata da nessuna regia, avvenuta poco prima dell’attacco di Van der Poel. Una caduta che lo ha costretto a inseguire per molti chilometri. Poi, una volta ritornato nel vivo della gara, ci prova varie volte e sembra spesso il più forte in salita, ma non è sufficiente al britannico per riuscire a creare un gap con gli altri. Alla fine si deve accontentare di un discreto sesto posto. In carriera ha tre ori mondiali, ma mai ottenuti su strada, dove al momento ha solo tre top 10, risultati che non rappresentano il suo livello. Corridore istrionico, capace di spaziare, di cambiare mezzo e di essere sempre lì: un tuttofare che è però anche artista. VOTO 6,5. 

Isaac del Toro: era uno dei tre grandi favoriti, ma giunge solo al quinto posto finale. Ma a sua discolpa ha molte attenuanti, compreso il fatto che non ha una vera e propria squadra a suo servizio, quindi, quando la corsa è scoppiata, ha dovuto correre da solo, cercando di chiudere anche sul gruppo di Van der Poel. In ogni giro ha dovuto sprecare energie preziose, le quali sicuramente lo hanno reso vulnerabile nel finale. È un corridore fortissimo, ma ha ancora dei limiti che si sono palesati ieri senza nessun compagno. In una gara di sola prestazione probabilmente poteva anche vincere, ma in una gara che è diventata anche fortemente mentale e tattica difficilmente può vincere al momento. Al momento non è ancora un principe, possiede solo la forza del leone, ma non l’astuzia della volpe: forza bruta, ma mancanza di virtù e di astuzia. Torna a casa con un quinto posto, da una parte deluso, dall’altra parte con un risultato discreto. VOTO 6.

La nazionale italiana: eravamo outsider, avevamo molti ciclisti forti ma non fortissimi, alla fine Ciccone è tra i migliori, ma ottiene un ottavo posto che, in base a come ha corso e a cosa ha mostrato in gara, non dà neanche il giusto valore alla sua prestazione. Scaroni e Piganzoli anche loro hanno mostrato una buona condizione, completando la gara nei 20. Finn riesce a chiudere la sua corsa, seppure nelle retrovie, chiudendo cinquantacinquesimo, ma mostrando caparbietà e sicuramente tale risultato è solo di esperienza per la nostra giovanissima stella, che sta seguendo un processo di crescita graduale. Delusione invece per Pellizzari, che si ritira. Se i risultati sono stati anche discreti, la pecca è stata la condotta di gara: dopo i primi tentativi, in cui non abbiamo sbagliato mossa, poi abbiamo subito la corsa e abbiamo persino dovuto tirare dietro per riaprire la gara. Un errore abbastanza grave per una nazionale come la nostra, che doveva correre proprio in maniera attiva, seguendo gli attacchi. Invece, non siamo quasi abituati per natura a compiere una tipologia di gara del genere e abbiamo dovuto inseguire. Siamo ancora acerbi in molti aspetti, ma, visto da dove si parte, abbiamo molti margini di miglioramento. Al momento siamo uno dei tanti popoli italici che non ha ancora trovato l’organizzazione e segue quasi la corrente. VOTO 6.

FLOP:

Tobias Halland Johannessen: era uscito dalla Vuelta come uno dei protagonisti, finalmente aveva ottenuto anche una vittoria importante, quindi a livello emotivo non poteva stare meglio, ma probabilmente aveva ben altre scorie a livello fisico. La sua gara è nelle retrovie, la porta anche al termine con un trentatreesimo posto finale che è molto anonimo, ma è da apprezzare il fatto che voglia concludere la gara, seppure dietro. Nella sua corsa ci sono poche inquadrature, difficile dire anche qualcosa. Probabilmente la fatica accumulata durante la stagione ha tolto qualsiasi energia, è arrivato al limite dopo un anno molto impegnativo e ha bisogno di una pausa, dove liberare i vari residui di scorie radioattive, per tornare a produrre energia, visto che si può proprio paragonare il tutto a una centrale nucleare. VOTO 5,5.

La nazionale spagnola: erano al via con una discreta selezione, nulla di trascendente, ma sicuramente buoni corridori. Uno dei loro capitani, Mas, probabilmente scarico dalla Vuelta sia a livello di ambizione sia a livello fisico, si stacca fin dalla prima accelerazione e si ritira. Invece l’altro capitano, Ayuso, non riesce mai a brillare e compie una gara discretamente anonima, sempre a chiudere ogni gruppo dove si trovava, ottenendo un tredicesimo posto finale. La Spagna, che per vent’anni aveva dominato i Mondiali insieme all’Italia, da quando è iniziato questo decennio è andata incontro a difficoltà sempre più evidenti, una nobile decaduta dopo anni di impero coloniale in ogni parte del mondo, iniziato con la vittoria in Italia nel 1999 e giunto nel Nuovo Mondo e non solo fino al 2018, con la vittoria in Austria. Da quel momento sono stati solo capaci di ottenere tre ottavi posti. Devono aspettare un nuovo momento glorioso, un nuovo re, che può avere le sembianze di Benjamin Noval. VOTO 5.

La nazionale belga: erano al via come la squadra con il favorito, un outsider e ottimi gregari, ma come risultato ottengono soltanto un dodicesimo posto. Una statistica interessante è come il Belgio solo in altre nove occasioni sia uscito dai 10 al Mondiale, l’ultima nel 2018. Numeri che raccontano un evidente fallimento, ma a peggiorare la situazione è anche il modo in cui la corsa è stata disputata. Tra sfortune ed eventi avversi, fin dall’inizio subiscono la corsa. Van Aert ci prova forse fin troppo da distante, attacca e segue Van der Poel, ma poi cede e molla. Dietro, Evenepoel compie la prestazione più particolare del Mondiale. Mai nel vivo, sempre a inseguire, viene aiutato anche da Van Aert a rientrare davanti, ma poi ritorna sempre indietro e infine sempre avanti. La sua corsa è rappresentabile dalla molla elastica, che trasforma l’energia da elastica a cinetica, ma poi finisce e torna ad essere elastica e prosegue così fino alla fine. Loro hanno i fenomeni, i campioni, e tornare a casa con solo un dodicesimo posto è un fallimento, e, se si considera l’assenza di Pogačar, diventa tutto ancora più negativo. Hanno la possibilità di capire cosa è andato storto e come risolverlo, sicuramente saranno molto criticati in patria, quindi è inutile proseguire. Si può però dire che il fallimento avviene ed è umanamente necessario. VOTO 4.

La nazionale francese: corrono da super favoriti, vogliono creare una corsa durissima, c’è però da considerare che non hanno gli uomini per completare tale disegno. Se Armirail compie un lavoro mostruoso, tirando per più di 60 km a buon ritmo, il resto si squaglia fin da subito. Sono loro a scattare entrati nella fase finale, dando origine a un caos che non sono più capaci di controllare. Corrono come se avessero Pogačar in rosa, ma hanno Seixas, che, seppure abbia le doti da fuoriclasse, è giovanissimo e non ha ancora tale caratura. Negli ultimi 150 km probabilmente sbagliano tutto quello che si può sbagliare. Le loro scelte tattiche sono rappresentabili dal connubio tra la scelta di invadere la Russia di Napoleone e le aspettative della linea Maginot: sbagliano sia ad aggredire sia nella fase di controllo. Il simbolo migliore della loro prestazione, però, sono i crampi nel finale di Seixas, che lo portano a completare la gara in quindicesima posizione. Ma proprio lì si vede il potenziale anche mentale del francese, che, seppure preso dal dolore e dallo scoraggiamento emotivo, riesce a completare la gara a 2’47” dai primi. La Francia di norma sa riscattarsi dalle difficoltà, seppure con proteste e momenti di terrore, forse serve un cambio di guida? VOTO 3.

La RAI: nel 2026 avere dei palinsesti rigidissimi è il peggiore autogol che qualcuno può compiere, non ha senso. A 30 km dal traguardo, nel momento clou, a causa del solito TG2 che per gli appassionati di sport è una rovina, decidono di mettere la gara su RaiPlay 3, un canale in streaming, conosciuto da me, da loro e probabilmente da pochi altri. Ma davvero è il modo di seguire un evento sportivo, questo? Un evento importantissimo, uno dei pochi sport rimasti alla TV nazionale? Ma davvero? È da anni che tutti gli appassionati di sport si lamentano del TG2 che interrompe ogni evento sportivo di cui la Rai possiede i diritti, ma nulla cambia, tutto ritorna al punto d’origine. Almeno si sono inventati la possibilità di andare su RaiPlay 3, ma bisogna ricordare ai dirigenti Rai che non tutti hanno una TV smart o la possibilità di usare dispositivi tecnologici, non tutti hanno tali mezzi, e loro, che da sempre sono simboli del vetusto, lo dovrebbero sapere più di me. Ma forse sono veramente distaccati dal Paese reale e vivono in un tempo loro: da una parte il vetusto palinsesto rigido e dall’altra parte la nuova tecnologia, senza sapere collocarsi in mezzo. Tengo a sottolineare che la critica non è verso gli ottimi Pancani, Martinello e Cassani, ma a chi gestisce l’organizzazione. VOTO -4.

Articolo scritto da Cristian Bortoli