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PAGELLE DEL GIRO DI LOMBARDIA

Pagelle 10/10/2026
PAGELLE DEL GIRO DI LOMBARDIA

 

Si è conclusa anche l’ultima classica monumento, la prima dell’anno senza Pogaฤar, e tale assenza avrebbe dovuto creare una corsa più equilibrata, ma così non è stato. Ormai il Giro di Lombardia, quasi per sua essenza, per sua natura, è la classica del dominio del più forte, dove vige la legge della natura, quella del più forte. Ma, dietro a ciò, c’è sicuramente spazio per un’analisi approfondita e, come quasi di consueto, le pagelle sono suddivise fra cinque top, tre flop e due menzioni particolari.

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TOP

Paul Seixas 10 e lode: la statistica è semplice, poiché è il più giovane a vincere il Lombardia della storia, e il precedente record risale persino alla prima edizione. Ma tale dato è anche quasi riduttivo: domina la corsa come se fosse esperto, non sbaglia alcunché, sul Civiglio si mette davanti e stronca chiunque. Una gara che non offre particolare spazio all’analisi tattica, poiché semplicemente, in tale epoca permette al più forte di vincere, e oggi il più forte è lui, il francese fenomenale. In assenza del re, del monarca, il principe, il delfino, è imbattibile in tale tipologia di gara. Dopo il secondo posto alla Liegi-Bastogne-Liegi, si conferma e, con tale vittoria, dimentica per una giornata la delusione del mondiale. Lo sfogo al termine della corsa iridata era stato considerato eccessivo; forse, in parte, tale giudizio ha una ragione d’essere, ma, dall’altra prospettiva, si può comprendere, perché mostra la natura di un vero fuoriclasse, di uno spirito indomito, di un principe dal sangue famelico. VOTO 10 E LODE.

Enric Mas: non è un campione, non è un fuoriclasse, ma è uno dei più forti scalatori in circolazione. Ha tanti limiti, è umano, ma, in tutto ciò, ottiene i risultati massimi quando è in condizione, per questo difficilmente si può criticare la sua condotta. Non brilla di luce accecante, ma è sicuramente il corridore che ti garantisce sempre dei risultati nel corso della stagione. Più o meno, il suo risultato è quasi certo: si può sbagliare di poco, ed è questo, da una certa prospettiva, un grandissimo valore. Se si fa partire una simulazione, un’immaginazione mentale, il risultato che ci si aspetta probabilmente Mas lo ottiene. In questo caso, vista la scarsa prestazione degli altri favoriti, ottiene il secondo posto e, per l’ennesima volta, è il primo degli umani, ma questo è un premio fittizio, ormai retorico. Ma cosa può fare lui? Nulla, impotente come qualsiasi essere umano, anche il più forte, davanti alla legge della natura. VOTO 9.

Giulio Ciccone: il simbolo e il rappresentante del paradosso umano. La sua stagione è un paradosso, come la sua carriera. La sua miglior stagione è quella senza vittorie, la sua carriera è stata una continua ricerca di qualcosa che non poteva fare. Ha inseguito per anni la classifica generale di un grande giro, non riuscendo neanche a entrare nei primi dieci per un motivo o per l’altro, e ha trascurato le classiche. Ma, nonostante ciò, questo è il suo terzo podio in una classica monumento. Pensate se si fosse concentrato a migliorare le proprie caratteristiche per tali corse. Ciò è un vero paradosso, un rimpianto: si può solo ragionare attraverso i controfattuali. Se Ciccone si fosse concentrato sulle classiche, andando ai grandi giri per le tappe, come sarebbe stata la sua carriera? Seguendo lo scenario più probabile, si può dire che difficilmente sarebbe potuta andare peggio, visti gli zero risultati nelle classifiche generali, di conseguenza avrebbe ottenuto soltanto risultati migliori. Ma forse non è troppo tardi, poiché ha 31 anni e magari ha ancora quattro anni in cui poter mostrare il suo talento, sempre che non cada in un nuovo paradosso, magari quello di voler vincere a tutti i costi. Oggi vuole la vittoria, e l’unica tattica per ottenerla era seguire Seixas a tutti i costi. Ma si deve arrendere e, nonostante ciò, non è Icaro, poiché si salva e conquista il terzo posto. VOTO 8.

Pello Bilbao: lascia il ciclismo professionistico con una top 10 in una classica monumento, e rimangono valide le parole con cui avevo commentato, solo pochi mesi fa, la sua Liegi-Bastogne-Liegi, dove avevo scritto che è il migliore della sua squadra, come spesso accade e come spesso non viene menzionato. Ma proprio in queste situazioni è presente: meno viene notato, meglio rende. Come è giunto tra i professionisti, quasi in incognito, oggi lascia tale mondo allo stesso modo, ottenendo risultati senza essere quasi mai menzionato, nascosto, invisibile, quasi seguendo il precetto epicureo di vivere nascosto per essere felice. Lui la felicità l’ha ottenuta in questo mondo e l’ha anche trasmessa a chi ha potuto osservare la sua carriera. Ci lascia oggi uno che, per il grande pubblico, è insignificante, uno dei tanti ciclisti, ma per chi ha osservato il ciclismo in questo decennio, per chi lo ha vissuto veramente, è uno dei protagonisti. Il ricordo più vivido non è una sua vittoria, ma la sua azione da puro gregario per la vittoria di Caruso al Giro 2021. VOTO 8.

Brandon McNulty: il campione del mondo salva la sua compagine da un Lombardia veramente insufficiente con un quinto posto finale. Con tale piazzamento toglie anche lo zero dalla casella delle top 10 nelle classiche monumento e si assicura un posto importante nelle gerarchie del team. È il prototipo ideale di cosa significhi avere motore, ma non ottenere risultati proporzionati al mezzo: un esempio perfetto per smentire la correlazione perfetta fra matematica e ciclismo, perché al suo interno si possono inserire variabili e fenomeni che sfuggono al calcolo. McNulty è quasi la rappresentazione aristotelica di una potenza che fatica a trasformarsi in atto. Il talento è presente, il motore è quello di un campione, ma fra ciò che potrebbe essere e ciò che effettivamente è si apre una distanza che i numeri, da soli, non possono spiegare. Il problema non è più dimostrare di avere le capacità, ma trovare il modo di tradurle in risultati. È nel pieno della sua carriera e ora è giunto per lui il momento di assumersi le responsabilità che madre natura gli ha donato sotto forma di talento, una responsabilità che è verso se stesso, non verso gli altri. Lui potrà sempre dire di essere stato campione del mondo, ma ora può far risplendere tale maglia non soltanto da gregario del fuoriclasse sloveno, ma anche in proprio. Da Phoenix a Doha, da Montréal a Como, il suo cammino è stato segnato. Quale sarà la prossima tappa del viaggio? VOTO 7,5.

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FLOP

Team Visma | Lease a Bike: non avevano una vera punta, ma una squadra con buoni corridori che avrebbero potuto ottenere anche una top five se tutto avesse funzionato, fra condizione e tattica. Per quanto riguarda la strategia e la tattica, ci provano e non si possono rimproverare alcunché: semplicemente, sono arrivati lunghi di condizione, stanchi da una stagione che, dalla loro prospettiva, è stata logorante, quasi come una guerra di trincea, stressante e infinita, e una controprestazione è il risultato più normale. Per loro, per fortuna, è quasi arrivata la fine: il riposo, il recupero delle energie in vista della ripresa. Hanno inoltre la possibilità di costruire su un ottimo Piganzoli, che oggi conclude sedicesimo, ottenendo il miglior risultato per il team. Di conseguenza, la Visma sembra quasi un esercito che, dopo aver combattuto una guerra estenuante, arriva all'ultima battaglia senza più le energie per vincerla. Ma una guerra non si giudica soltanto dall'ultima battaglia, e un progetto non si misura soltanto dal risultato di una giornata. La questione è capire se, dopo aver consumato tante energie, rimanga ancora una struttura solida su cui costruire il futuro. Piganzoli potrebbe essere una delle prime pietre di tale edificio. VOTO 5.

Isaac del Toro: la più grande delusione della corsa. Sul Civiglio entra in totale crisi e non si riprende, chiudendo la corsa al ventottesimo posto. Se luglio per lui era stato radioso, settembre e ottobre sono stati proprio autunnali, foschi, appannati. Si parla per lui di problemi al ginocchio, ma, a quel punto, perché correre con un'infiammazione? La situazione sembra poco chiara e, di conseguenza, si può commentare soltanto la sua corsa, la quale è gravemente insufficiente, visto anche il talento. Bisogna però dire che è giovane e che, finora, ha sempre avuto anche delle giornate no. L'unico problema per il messicano è che questo mondo ciclistico sta diventando troppo perfetto a causa di Pogaฤar, che sembra rendere impossibile fallire, ma esiste anche tale possibilità in un universo normale. Ora può riposarsi e preparare la prossima stagione. Questa, però, seppure conclusa con il podio al Tour, lascia qualche rammarico: da una certa prospettiva, sembra povera di vittorie rispetto al suo talento. Da una parte è stato bloccato dallo sloveno, dall'altra il suo infortunio lo ha liberato fisicamente, ma sembra averlo bloccato mentalmente, quasi condizionando il suo stesso modo di correre. VOTO 4.

Lenny Martinez – Antonio Tiberi: la vera delusione dei due è il francese che, dopo il miglior Tour de France della sua carriera, ha ottenuto ben poco, come se fosse rimasto fin troppo soddisfatto da quella corsa, con la pancia piena e poche motivazioni. Tali argomenti servono a dare un senso alla sua parte finale di stagione. Oggi aveva la classica più adatta alle sue caratteristiche, ma fin da subito si trova nelle retrovie e chiude trentunesimo. Ma se per lui si può trovare una giustificazione a tale finale di stagione, per il corridore italiano è difficile trovarne una per l'intera annata. Partito alla grande all'UAE Tour, capace persino di vincere una tappa battendo Del Toro, da quel momento la sua stagione è andata incontro a un climax discendente a dir poco difficile da spiegare. Se la vittoria negli Emirati Arabi sembrava smentire la mia tesi secondo cui sia soltanto un discreto corridore, il proseguire della stagione sembra averla forse ancora più rafforzata. Sembra che abbia alcuni momenti in cui è forte, mentre per il resto è quasi controproducente averlo in rosa, poiché, se non è in condizione, non riesce in nessun compito. La sua corsa di oggi è come una gara di pesci vela, con lui che è un cavalluccio marino: va persino in fuga nelle fasi iniziali, ma è tra i primi a staccarsi. Il duo della Bahrain rappresenta una moneta particolare: da una parte un Lenny altalenante, ma che sembra aver trovato il proprio posto; dall'altra un Tiberi che certamente ha una gara all'anno buona, ma che per il resto è un corridore come tanti altri. VOTO 4.

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MENZIONI PARTICOLARI

Remco Evenepoel: con il belga si ritorna sempre sugli stessi discorsi quando non vince, la solita retorica, ormai più usata di qualsiasi frase per lasciare una persona: «Sono io il problema, non tu, ti meriti di più». Per Remco si può dire: «Il problema è che non è uno scalatore, il problema è la sua mente, il problema è la giornata no». Più o meno si adottano sempre questi ragionamenti, ma, alla fine, è difficile dire che tale corsa sia troppo dura per il miglior Evenepoel, così come è difficile dire che gli manchino la mente e la caparbietà. L'unico argomento che rimane è che sia stata una giornata no? Ma, in questo caso, sarebbe la seconda in tre settimane e, quindi, anche questa spiegazione sembra strana. L'unico argomento che rimane è che sia strano lui: un talento tanto lucente quanto enigmatico, una vera aporia sui pedali, un proiettile che a volte uccide gli avversari, ma che in altre occasioni non parte nemmeno dalla pistola. È così strano che queste parole sono scritte dopo un quarto posto al Giro di Lombardia, che per la gran parte dei ciclisti sarebbe almeno un risultato discreto, ma che con lui lascia l'amaro in bocca. Un amaro che nasce dal fatto che in alcune giornate sembra veramente un alieno, mentre in altre sembra un comune ciclista, capace però, subito dopo, di battere tutti allo sprint. Il problema, alla fine, è che è troppo forte per scegliere una via, troppo capace in molte caratteristiche per decidere quale sia la sua natura. È quasi costretto a rimanere l'ibrido più forte mai nato, ma è così ibridato che non sa neanche lui chi sia: uno scalatore, uno scattista, un cronoman, un uomo da corse a tappe, uno che può vincere tutte e cinque le classiche monumento? Chi è? Sembra quasi un personaggio in cerca d'autore, ma, prima di tutto, in cerca della propria identità. VOTO 5.

Tom Pidcock: è l'ennesima corsa in cui, per la millesima volta, è protagonista in una classica monumento, ma sempre con il medesimo esito, ossia un piazzamento e non qualcosa di più. Oggi tatticamente non sbaglia nulla, semplicemente non è il più forte. Lui pensa di poterlo essere, non è mai mancata l'autostima al britannico, ma in questo caso si sfinisce nel tentativo di stare con Seixas. Eppure, tale azione era l'unica possibile se voleva vincere.

Semplicemente, al momento si conferma forte, anzi, fortissimo, ma su strada appare da otto in tutto, e tale livello sembra non bastare per vincere corse importanti, senza eccellere al massimo in una particolare qualità. Per questo è quasi il paradosso dell'universalità: sa fare tutto, ma forse non abbastanza da rendere una singola caratteristica un'arma assoluta. È un corridore che può competere con i migliori in molti contesti, ma che raramente sembra possedere quella qualità capace di trasformare una possibilità di vittoria in una certezza. In un ciclismo dominato da chi ha un'eccellenza quasi sovrumana, essere buonissimi in tutto rischia di non bastare. La versatilità, che dovrebbe essere la sua forza, diventa così anche il suo limite. Tuttavia, ha ancora margini: se preparasse forse una stagione interamente dedicata alla strada, potrebbe togliersi ancora più soddisfazioni e magari migliorare tatticamente, visto che alcune gare in stagione le ha perse per tale fattore, ma non quella di oggi. In questa giornata corre per vincere, ma non ne ha la possibilità e retrocede fino a un normale sesto posto per uno come lui. VOTO 5,5.

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COMMENTO FINALE

Come ho anticipato nell'introduzione, il Giro di Lombardia è diventato, in quest'epoca, la rappresentazione più nitida di cosa significhi la legge del più forte: è difficile che chi lo è possa perderlo. Non ho menzionato nei giudizi la buona gara di due italiani, ma meritano una menzione: Christian Scaroni, ottavo, e Filippo Zana, nono.

Articolo scritto da Cristian Bortoli